THALIA ZEDEK

16 Ott 2008 - 21:00
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Ingresso:
INGRESSO € 8,00

THALIA ZEDEK

Indizio numero uno: Talia è una figura della mitologia greca figlia di Zeus e Mnemosine, una delle tre Grazie e, cosa per noi basilare, musa della poesia e della commedia. Il mito narra che fu amata da Apollo, da cui ricevette in dote i Coribanti, demoni dalle misteriose fattezze. Indizio numero due: il blues fu regalato a Robert Johnson dal demonio con uno scambio in cui l’ispirazione musicale valeva il prezzo dell’anima. Indizio numero tre: madama Zedek ha il blues che le scorre nell’anima e lo lascia libero di sgorgare, copioso e scuro. Disperato e perciò vivo. Crediamo basti a far capire di chi stiamo per scrivere. Tuttavia, in un mondo che le emozioni preferisce metterle alla porta per poi sbatterne la manifestazione in pubblico, dobbiamo sottolineare quanto la sua presenza oggi sia necessaria. E’ che il suo ininterrotto scavalcare il pudore in favore della franchezza è benvenuto, ma si accetta con fatica: non è colpa sua, siamo noi ad aver perso l’abitudine all’artista che soffre, che insegue la catarsi anche a nostro beneficio. In cuor tuo hai nondimeno la certezza che ne valga la pena e perseveri. Dentro il suo mondo, non hai più scampo e ringrazi il padreterno o chi per lui dell’esistenza di Thalia Zedek.

Troppi guitti e messe in scena ci hanno resi refrattari, ciò nonostante pensate alla fatica di scuoterci dal tepore: ammiri lo scavare cocciuto e quotidiano finché non si raccatta una Canzone. Intesa, qui come altrove, come un racconto o una confessione, un libro aperto o una rosa piena di spine. Non importa se in prima o terza persona, perché le maniere pesano tanto quanto la sostanza; come canti sorregge cosa canti, e viceversa. Thalia padroneggia tutto ciò con la forza di affrontare il dolore tipica della donna, roba che schianterebbe i poveri maschi in un giorno. Il fiume che oggigiorno sfocia in Carla Bozulich parte sì dalla sorgente comune di Houses e Strange Fruit, ma sarebbe stato diverso senza la Zedek. Sesso debole? Ma per favore…
Un disco maiuscolo, Liars And Prayers (2008), per la maniera in cui scaglia addosso gli argomenti che affronta e per il valore, evidente nonostante la modestia con cui è offerto. Facile capire le ragioni di un controsenso solo apparente: poiché se è vero che la via per ridare credibilità al rock - o quel che ne resta - passa dalla Canzone, il presupposto dev’essere il confronto ad armi pari col passato, non la resa incondizionata. Questo va facendo Thalia Zedek da tre lustri, e per una seconda volta le è riuscito di raccogliere ogni suggestione, ogni segno, ogni frammento per ricostruire la dimensione moderna del songwriter. Con naturalezza, affidandosi all’eterno compagno di viaggio che le siede accanto, un blues come condizione spirituale, interpretato come in pochi contemporanei è dato modo d’ascoltare. Nessuna pantomima o messa in scena, solo lirismo allo stato puro.   
Una serie di ottimi indizi sta a monte di questo suo terzo disco solista: la costituzione di una Thalia Zedek Band che non è fittizio paravento (facce note come David Curry e il batterista Daniel Coughlin si affiancano al bassista Winston Braman e a Mel Lederman, ex Victory At Sea, dietro al pianoforte); una voglia costante di raccontare sentimenti e disgrazie personali, che poi sfociano nella politica del quotidiano e menano fendenti contro l’amministrazione Bush; infine, quel bisogno di liberare la rabbia in forme meditate ma non per questo indebolite, anzi. Le maiuscole, dicevamo: servono per gridare, non strepitare a vuoto. Graffia di nuovo, la bostoniana, insinuando il dubbio che mai abbia davvero smesso di sbrogliare la sua intensa emotività; un marchio di fabbrica che resta lungo le trame dei brani, dove piano e violino si abbracciano e inseguono, dove la Nostra suona più che mai figlia di Patti Smith e Marianne Faithfull (l’epica frastagliata Body Memory) e sorella del Nick Cave mediano e di Greg Dulli (Next Exit e Begin To Exhume farebbero un figurone su  Congregation.)
Tradizione strapazzata e scrittura commovente (affligge, We Don’t Go, eppure non te la levi di dosso…) enfatizzate dalla cura del dettaglio strumentale, ma non crediate che sia facile. Non una nota di troppo nella Lower Allston sbatacchiata tra fantasmi “rock poetry” e visioni Calexico; niente passi falsi nei cambi di marcia che attraversano Do You Remember e Come Undone; assenti le rughe nel country - che pare strappato a Leonard Cohen - Green And Blue. La concitazione e l’urgenza di comunicare appartengono a una ventenne, forme e mezzi a chi ha mezzo secolo di vita sulle spalle: ecco la spiegazione di quanto solleva Liars And Prayers dalla mediocrità estemporanea che ci sommerge. Non sarà impresa facile entrarvi, serviranno quelle ore che “non abbiamo” ma che è opportuno scovare per ripagare un talento raro. Conservate Liars And Prayers sul comodino, magari a fianco di Evangelista. Poi lasciatevi lacerare l’animo, almeno una volta al giorno. Vi farà bene.

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